Racconti Erotici 

(Racconti Erotici BDSM) – L’ispezione della schiava

Sto facendo la doccia, la assaporo come l’ultimo attimo di libertà,
prima dell’incontro con il Padrone.

L’acqua scende bollente lungo il mio corpo, percorso da brividi che
immaginavo di freddo e invece sono di paura ed eccitazione.

Il vapore acqueo si addensa nel bagno, contribuendo all’effetto
nebbia che tante volte mi ha rilassata, facendomi indugiare in
prolungate carezze del mio corpo con l’asciugamano.

Oggi non posso: il Padrone aspetta, devo essere assolutamente puntuale.
Chiudo il rubinetto della doccia, afferro l’accappatoio ed inizio ad
asciugarmi, meccanicamente, lasciando che la mia mente continui a
vagare verso l’incontro con colui che, per le prossime ore, sarà il
proprietario del mio corpo.

Ho ancora i capelli, lunghi e neri, umidi quando esco dal bagno e mi
dirigo verso il letto dove sono preparati i vestiti con cui il Padrone
vuole che mi presenti a lui.

Faccio scivolare le autoreggenti lungo le mie gambe, appoggiando la
punta del mio piede alla sponda del letto.

Mi chiedo quante volte l’ho già fatto negli ultimi tempi e per
quanto ripeterò questo gesto. Prendo quella piccola corda bianca che
spicca contro il nero della divisa su cui è appoggiata e dopo un
doppio giro intorno ai fianchi la stringo tesa tra le mie gambe,
serrata in modo che pizzichi il mio sesso e mi provochi già dolore.
Tutto ciò sarà il mio intimo, non è previsto altro.

Respiro profondamente alcuni secondi, per impormi quella calma che
faticosamente sto cercando di mantenere, mentre ho il cervello inondato
di pensieri ed emozioni.

Infilo le gambe nella divisa, un miniabito con un’ampia scollatura e
un gonnellino di tulle gonfio che non è lungo neppure a coprire il
bordo delle calze, e sistemo le corte maniche che coprono le mie spalle
e solo una minima porzione del braccio, prima di afferrare la zip che
sta in mezzo alla schiena e tirarla verso l’alto per chiudere la
divisa e permetterle di aderire al meglio alle forme del mio busto,
lasciando spiccare i piccoli seni, sono solo una seconda misura, con al
centro i capezzoli che già spingono eccitati contro il tessuto.

Torno in bagno per terminare di asciugare i capelli e raccoglierli,
spazzolandoli e lisciandoli, in una coda che annodo con un semplice
elastico nero, sottile, attorcigliato più volte affinchè la coda sia
resistente e i capelli restino perfettamente aderenti alla mia testa.
Fatto questo posso indossare il cerchietto bianco con la crestina in
pizzo e fissarlo tra i capelli, in modo che contorni, da lato a lato,
la mia capigliatura.

Penso che non appena uscirò per strada questa crestina si farà
notare: salirò sull’autobus e più occhi guarderanno quella e il
collare di raso e pizzo bianchi che sto stringendomi ora intorno al
collo quasi come fosse già il crudele collare in cuoio che conoscerò
non appena il Padrone ne avrà abbastanza della cameriera e vorrà
avere tra le mani la sua schiava.

Tutti cercheranno di gettare un’occhiata di traverso, o uno sguardo
fisso ed indagatore, al mio viso, al mio aspetto e ognuno di loro
immaginerà una storia più o meno diversa.

Non mi spiace sentirmi osservata, osservare a mia volta il modo strano
con cui la gente inizia a sognare non appena incontra qualcosa che non
si adegua ai canoni quotidiani di ciò che siamo abituati a vedere.

Termino la vestizione: guanti bianchi puliti e guanti di lana nera per
coprirli durante il tragitto, scarpe di vernice lucida con il tacco a
spillo pronunciato e cappotto lungo che nasconda buona parte del mio
abbigliamento.

Il tratto di strada per arrivare dal Padrone è breve: cinque minuti in
tram e due fermate di metropolitana mi porteranno a pochi passi dal
grande portone del suo palazzo.

Scendo in strada e con aria seria fingo di camminare rapidamente verso
la fermata del tram, come se il mio lavoro fosse effettivamente quello
della cameriera e fossi già in ritardo.

Questo è quello che dovranno credere i passanti che mi osserveranno,
non sapendo che dentro di me, invece, sono un tumulto, un eccitazione
crescente e costante, aggravata da quel tratto di corda che mi sega ad
ogni passo.

In Tram sto in piedi: dovessi sedermi con quella corda mi taglierei in
due le natiche. Preferisco il fastidio dei tacchi acuito
dall’incedere titubante del tram nel traffico.

Guardo fuori dal vetro di fronte a me, cerco di concentrarmi sul
susseguirsi di palazzi e vetrine che ormai conosco così bene che
potrei citarle a memoria; lo faccio per distrarre i miei pensieri, per
calmare il fuoco che c’è nei miei polmoni e che avvampa fino giù
alla pancia e ancora più sotto. Non mi va nemmeno di incrociare lo
sguardo degli altri passeggeri che già avranno visto ogni particolare
della mia crestina e del mio collare nero e bianco.

Le due fermate di metropolitana scorrono allo stesso modo, anche se non
ho nulla da guardare fuori perché laggiù, in quel budello, c’è
solo il buio oltre il finestrino.

Mi guardo in giro, quindi, cercando di mostrarmi spavalda e sicura di
me, incrociando gli sguardi della gente che affolla il vagone e che è
immersa in pensieri e sensazioni certamente più normali dei miei.
Sono arrivata, scendo e, senza rendermene conto, affretto il passo. Non
è paura di essere vista, non è imbarazzo per i giudizi della gente,
è semplicemente voglia di arrivare dal Padrone.

Sono davanti al portone del palazzo, spingo la pesante porta in ferro
battuto e vetri finemente lavorati che comunica, da sola,
l’austerità dell’intero palazzo e, non appena dentro, incrocio lo
sguardo, sopra la prima ampia scalinata, del portiere seduto dietro al
suo tavolo sul quale è appoggiata l’odierna copia del quotidiano
locale.

Mi riconosce e mi sorride il signor Giorgio: sa chi sono e cosa faccio.
E’ un uomo mite, sposato da una vita e ormai a un passo dalla
pensione, che è l’esempio vivente della discrezionalità. Forse mi
avrà già giudicata e messa nel peggior girone possibile
dell’inferno, ma quando mi incontra, che io sia vestita da cameriera
come ora o da donna di malaffare, come spesso capita, sfodera il suo
più bel sorriso e mi augura sempre la buona giornata.

Non sono più rigida e insicura come le prime volte che lo incontravo:
ora mi viene naturale ricambiare il saluto in tutta serenità e
annunciargli, letteralmente, che sto andando dal Padrone.
Lui sorride, scuote la testa, e torna alla lettura del suo giornale: mi
domando, ogni volta, cosa pensi veramente della mia relazione.
Immersa in questo pensiero salgo le scale, rumoreggiando coi tacchi che
picchiano sul marmo bianco della scala, e mi pongo davanti alla porta
dell’appartamento: do i soliti 2 squilli concordati e mi pongo in
attesa.

Il gioco è già iniziato: mi sono levata il soprabito e sfoggio senza
remore la divisa da cameriera, restando rigida ed immobile davanti alla
porta chiusa a un palmo dal mio naso.

Non passa nessuno, ma anche se fosse non avrei il permesso di muovere
un muscolo, dovrei restare fissa immobile quasi contro la porta, a
fissarne le modanature in legno, senza poter osservare l’eventuale
inquilino che, transitando per le scale, finisse per trovarsi davanti
la mia immagine.

Sono quasi cinque minuti, sono i soliti cinque minuti, che devono
passare e ricordarmi che tutto dipende da Lui, dal Padrone, anche il
semplice gesto di varcare la Sua soglia.

Poi, d’un tratto, il rumore della serratura finalmente; lui apre la
pesante porta blindata e io apro il mio sorriso, incontrollato,
semplicemente gioioso. In un attimo la porta si spalanca e ora lui è
davanti a me: lo saluto con un filo di voce, regalandogli quel mio
radioso sorriso.

“Dentro schiava.” è il suo primo, classico, comando sferzante.
Muovo due passi, varco la soglia, supero il Padrone che richiude la
porta d’ingresso e mi fermo immobile, senza voltarmi, con lo sguardo
sul corridoio.

“Ispezione schiava” è il suo secondo comando.
Immediatamente allargo le gambe, intreccio le dita dietro la nuca
tenendo i gomiti allargati il più possibile e piego il busto in
avanti. La corda tira, ma non è nulla in confronto alla spinta decisa
che ricevo sulla schiena e che mi fa piegare quasi a novanta gradi
strappandomi un gemito di dolore per la tensione che aumenta
insopportabilmente sul mio sesso, tra le mia labbra, quasi volesse
strapparmele via dal resto del corpo.

Mi rilasso solo quando una delle sue mani afferrano la coda dei miei
capelli, tirandomi la testa verso l’alto, e l’altra inizia ad
accarezzarmi e frugarmi per verificare se i suoi ordini sono stati
perfettamente eseguiti e se il mio stato di eccitazione è già
evidente.

Si compiace del mio impegno, mi tira per i capelli per farmi tornare
dritta e preme le dita, già condite dei miei umori, contro le mie
labbra, dischiudendole e spingendole in bocca, sulla lingua.
Tengo la mandibola rilassata e lascio che giochi con la mia bocca, so
che gli piace. Mi pizzica la lingua, sposta le dita lungo il palato, mi
abbassa le labbra e osserva i denti, le tira e scopre il mio frenulo,
fino ad obbligarmi a seguirne la trazione e ad alzare la testa.
Mi sta pizzicando forte le labbra e mi sta facendo male, ma non un
suono esce dalla mia gola.

Il rito è ormai concluso, anche il Padrone si rilassa e mi dà un
lungo bacio. Torno a sorridergli contenta, significa che anche questa
volta mi sono preparata esattamente come lui si aspettava.
Mi porta in cucina, spiegandomi che prima di avere il privilegio di
servirlo come oggetto di piacere, avrò davanti un intero pomeriggio di
pulizie della sua casa.

Come al solito non è un’impresa impossibile, anzi: una donna lo
aiuta nei lavori domestici e la Sua casa è sempre perfettamente in
ordine, motivo per cui mi basta una spolverata e qualche attenzione ai
sanitari per rendere l’appartamento splendente ancor più di quanto
non lo fosse già.

Di contro, però, il rischio è tralasciare i particolari, gli angoli
nascosti, i punti inarrivabili che il Padrone ha studiato e che ogni
volta controlla, sicuro che troverà motivi per punirmi.
Mentre lui esce per alcune commissioni, io lavoro con attenzione e
buona lena per tutto il pomeriggio, in silenzio, cercando di arrivare
anche nei punti irraggiungibili della casa, dietro a i mobili, sotto i
tappeti, persino agli angoli dei battiscopa.

Quando rientra mi trova in corridoio, in ginocchio, sguardo fisso alla
porta, mani sempre dietro la nuca, in sua attesa.
Il Padrone mi scavalca e, appoggiata la sua valigia 24 ore, inizia ad
ispezionare tutta la casa.

Io resto immobile e fremo, in attesa del responso.
“Spogliati schiava” sento la sua voce alle mie spalle. Senza
modificare, per quanto mi è possibile, la posizione inginocchiata,
levo la divisa e resto completamente nuda, riportando le braccia dietro
la nuca.

Senza ulteriori ordini, il Padrone passa il rigido collare in cuoio
intorno al mio collo, stringendolo in modo che aderisca perfettamente,
inducendomi quel senso di leggera oppressione sulla gola che sembra
fatto apposta per ricordarmi che anche l’aria che respiro è
concessami da Lui.

Al collare si accompagnano le polsiere, le cavigliere e il guinzaglio
che si aggancia con un clic all’anello del mio collare e che mi
obbliga a seguirlo non appena il Padrone dà uno strattone.
Ora sono appesa, al centro di quella che io e Lui chiamiamo “la sala
delle torture”, mani sollevate in alto, piedi incatenati a terra, il
collare rigidamente stretto intorno al mio collo.

Poi, come al solito, l’ultimo profondo bacio del Padrone, la sua
lingua, le sue labbra, sostituite sempre troppo presto dalla ballgag
che si fissa saldamente tra i miei denti.

Anche la sua vista mi viene preclusa subito dopo: il foulard nero cala
dolcemente sui miei occhi, li avvolge nell’oscurità più completa,
prima di farsi stretta crudele a causa del doppio nodo che il Padrone
ha serrato forte, volutamente, dietro la nuca.

Il suo successivo complimento – “Come sempre uno splendido lavoro,
schiava” – mi accarezza il corpo e l’anima. Vorrei sorridere, ma
non posso fare nulla, solo ascoltare.

La prima scudisciata, sulla mia natica sinistra, arriva improvvisa e mi
fa sobbalzare, risvegliandomi quasi dal torpore che l’eccitazione
della situazione produce in me.

Adesso sono in tensione, mi aspetto la seconda da un momento
all’altro e tengo stretta la pallina, che mi riempie la bocca, con i
denti.

Arriva invece la dolce carezza della sua mano che sfiora la natica
appena colpita, donandomi un istante, solo uno, di sollievo.
Dura poco: la seconda scudisciata, se possibile, è anche più dura e
violenta della prima e l’altra natica mi va a fuoco in meno di un
attimo.
Sobbalzo facendo tintinnare le catene alle quali sono appesa e gemo un
urlo strozzato dal bavaglio. Questa volta è dolore puro quello che
attraversa la mia spina dorsale e si getta nel cervello.

I successivi otto colpi sono della stessa intensità e agitano il mio
corpo che non riesco più a controllare. Le mie sensazioni sono solo
l’obnubilamento provocato dal dolore insistente e sempre rinnovato
che mi squassa il cervello, le lacrime che si asciugano nella benda e
il sudore che ormai imperla completamente il mio corpo.

Non mi abituerò mai: aspetto appesa il piacere al termine della
punizione ma piango di dolore per il severo castigo che il Padrone mi
ha appena impartito.

Ho lavorato perfettamente durante il pomeriggio, lo so, ma questo è
servito a ricordarmi che sono una schiava e che il compiacimento si
paga ugualmente caro.

Poi il dolore scema, e al suo posto subentra quello strano calore che
è l’anticamera del piacere.

Lo scudiscio lascia il posto alle mani delicate del Padrone che già
stanno prendendosi cura delle ferite e già indugiano in mezzo alle mie
gambe, proprio al centro del mio sesso, là dove la clito è già un
osceno bottoncino che pretende tutte le attenzioni.

Non vedo e non posso parlare, posso solo rilassarmi al contatto della
mia pelle con la sua, del mio sesso con il suo che ora delicatamente,
in un contrasto incredibile con la rudezza selvaggia di poco prima,
spinge per farsi largo tra le pareti ormai ben lubrificate della mia
vagina.

Sono all’apice del piacere quando lo sento uscire e forzare il mio
ano, per violarmi con più cattiveria e ricordarmi, anche in questa
condizione di godimento, che sono una miserabile schiava, il suo
semplice oggetto di piacere.

Non posso parlare, non posso vedere, non posso neppure guidarlo o
abbracciarlo. Sono una bambola appesa che inerme cerca di strappare un
po’ dei movimenti del Padrone per il proprio piacere ma che è lì
solo perché da lei se ne tragga il massimo.

Non viene ancora, mi ha aperta per bene anche dietro quando sgancia i
miei polsi, mi sostiene lasciandomi scivolare sulle ginocchia e li
riaggancia dietro la schiena.

Sento la cinghia che si sgancia e la pallina che allenta la presa, la
lingua la spinge fuori dalla bocca insieme alla saliva che scavalca il
labbro inferiore e scende lungo il mento in un percorso ormai definito.
Le dita del Padrone pinzano il mio naso e guidano la mia bocca,
rigorosamente spalancata, là dove lui desidera ora che la schiava
concluda il lavoro dandogli il massimo piacere.

La presa al naso si sostituisce con quella ai capelli, alla coda,
perfetta acconciatura per impossessarsi della mia testa e imporle a
piacimento il ritmo, prima lento, poi veloce, poi di nuovo lento, poi a
strattoni fino a dover ingoiare tutta la sua carne fino in gola, fino
all’estrema prova del soffocamento.

Esplode così, nella mia bocca, mentre mi tiene incollata con presa
sicura, tirandomi poi indietro quanto basta per sbattermi quel che
avanza del suo piacere sul resto del viso, per pulirsi sulla benda nera
della sua schiava.

Sono sfinita, lui lo sa, ma non è ancora il momento del riposo

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